
Ponte di Cecco: l'antico ponte romano di Ascoli Piceno
Origini romane e ingegneria strategica
Il Ponte di Cecco è il più antico ponte superstite di Ascoli Piceno e risale all'epoca tardo-repubblicana del I secolo a.C. Sospesa sulla gola scoscesa del torrente Castellano, la struttura si erge a circa 25 metri dal letto del fiume. Fu costruito interamente in travertino locale, una pietra solida ed eterna che modella gran parte dell'architettura storica della città.
Il ponte si distingue per il disegno asimmetrico a due arcate disuguali: una campata principale di circa 14,5 metri e una secondaria, più modesta, di circa 7,5 metri. La posizione strategica di Ascoli Piceno sfruttava la naturale protezione offerta dalla confluenza dei fiumi Tronto e Castellano, e il Ponte di Cecco costituiva l'accesso fortificato orientale della via Salaria consolare. I convogli dell'antica Roma attraversavano questo vertiginoso viadotto lasciandosi alle spalle l'antica Asculum per dirigersi a est, verso lo scalo adriatico di Castrum Truentinum. A metà della campata, una piccola casetta del dazio in pietra custodiva il meccanismo dei cardini della porta, indispensabile per sorvegliare e sbarrare l'ingresso alla città.
Il costruttore, il negromante e la riscoperta ottocentesca
Per generazioni, rimaneggiamenti successivi e leggende popolari hanno celato la reale età del manufatto, portando molti a ritenerlo una costruzione medievale. Una radicata credenza locale voleva che Cecco d'Ascoli (Francesco Stabili), poeta, astronomo e presunto negromante tra il Duecento e il Trecento, avesse evocato il diavolo per fargli edificare l'intero ponte nell'arco di una sola notte.
Le cronache storiche rivelano tuttavia un'origine ben più terrena per questo nome. Nel 1349, il condottiero Galeotto I Malatesta commissionò al capomastro Cecco Aprutino il restauro del ponte, ormai pericolante, per integrarlo direttamente nel sistema difensivo dell'adiacente Forte Malatesta. L'autentica antichità del monumento fu infine accertata nell'Ottocento dall'architetto e archeologo ascolano Giambattista Carducci, che confrontò l'opera quadrata in blocchi di travertino con altri ponti coevi lungo la via Salaria, riconoscendovi senza dubbio la tecnica muraria tardo-repubblicana.
La distruzione bellica e la ricostruzione per anastilosi
Durante il secondo conflitto mondiale, il ponte andò incontro a un destino drammatico. Il 16 giugno 1944, l'esercito tedesco in ritirata lo fece brillare con la dinamite, scaraventando nella gola sottostante i suoi secolari blocchi di travertino.
Anziché rimpiazzarlo con un anonimo manufatto moderno, la soprintendenza avviò una meticolosa impresa di recupero. I blocchi originali furono recuperati uno a uno direttamente dal greto del Castellano. Ricorrendo al metodo archeologico dell'anastilosi, i tecnici ricomposero il ponte pezzo per pezzo, riutilizzando i suoi conci autentici. Questo straordinario cantiere di ricostruzione, avviato negli anni Sessanta e concluso nel 1971, ha restituito al monumento romano il suo profilo originario.
Il passaggio pedonale oggi
Oggi il Ponte di Cecco è una suggestiva passerella pedonale che mette in comunicazione il quartiere di Porta Maggiore con l'area di Forte Malatesta. Affacciato sul profondo orrido del torrente, regala uno scorcio scenografico imperdibile ed è un tassello fondamentale delle passeggiate che costeggiano il perimetro del centro storico di Ascoli Piceno.
FAQ
Quanti anni ha il Ponte di Cecco?
Costruito nel I secolo a.C. durante la tarda Repubblica romana, il Ponte di Cecco è la più antica struttura viaria superstite di Ascoli Piceno.
Da dove deriva il nome di Ponte di Cecco?
Se il mito popolare vuole che sia stato costruito in una sola notte dal presunto negromante Cecco d'Ascoli, le testimonianze storiche provano che il nome si deve a mastro Cecco Aprutino, il costruttore incaricato nel 1349 di restaurare il ponte.
Come è stato ricostruito il ponte dopo la Seconda guerra mondiale?
Dopo che le truppe tedesche in ritirata lo fecero saltare il 16 giugno 1944, i conci di travertino originali furono recuperati dal letto del torrente Castellano e riassemblati per anastilosi tra gli anni Sessanta e il 1971.




